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Intervista a Vittorio Acquati

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di Enrico Maria Davoli

Nato nel 1997, Vittorio Acquati vive e lavora a Sesto San Giovanni (MI). Dopo avere frequentato l'Accademia di Brera, ha intrapreso un'originale attività nell'ambito delle lavorazioni lignee: una segheria mobile collegata a un'attività di falegnameria e tornitura di oggetti originali. In tale contesto, l'intreccio fra la dimensione realizzativa e quella progettuale è molto stretto, e le competenze dell'artigiano fanno tutt'uno con quelle del designer. Dal reperimento dei materiali alle operazioni di taglio e stoccaggio, l'impianto di segheria mobile opera a chiamata diretta, intervenendo negli spazi urbani in cui se ne richiede la presenza. Da potenziali scarti, i legni recuperati e, successivamente, lavorati, diventano la materia prima che dà forma al pensiero progettuale di Vittorio. Il suo design è un esempio di decoro contemporaneo semplice e armonico, sensibile alla materia e alla luce. Tutto ciò che esula dai dettati formali impliciti nelle diverse essenze arboree ne è escluso. Tutto ciò che racconta la vitalità della materia e i processi tecnici che la governano e la trasformano, ne è parte integrante. Quella di Acquati è una lezione di cultura empirica (e di design autenticamente sostenibile) che antepone i fatti alle teorie, l'ingegno alle tesi precostituite. Le immagini che corredano questa intervista sono tratte dalle seguenti pagine Facebook e Instagram di Vittorio Acquati: www.facebook.com/vittorio.acquati  www.instagram.com/vittorioacquati/  www.instagram.com/lasegheriaimbruttita/

Vedendoti all’opera, ci si immagina che tu abbia alle spalle un iter di studi rigoroso, ma anche molta gavetta in ambito pratico, alle prese con utensili e macchine da utilizzare e implementare sulla base delle tue esigenze. Come riassumeresti le tappe del tuo percorso formativo?

Il mio percorso formativo nell’ambito del legno è iniziato frequentando l’Istituto Tecnico Giuseppe Meroni di Lissone (MB), una delle poche scuole che offra un percorso specifico per il settore legno e arredo. Lì ho imparato le basi della falegnameria, sperimentando le macchine, le procedure e i materiali utilizzati nell’odierna produzione del mobile. Soprattutto negli ultimi anni di corso, grazie agli stages e alle ore di laboratorio, ho acquisito varie competenze. Grazie a uno stage presso un restauratore cominciai a interessarmi al legno massello, un materiale oggi poco utilizzato in falegnameria e sconosciuto a scuola. Nello stesso periodo, visitando il laboratorio di un altro artigiano del legno, vidi all’opera il tornio, una macchina che non avevo mai utilizzato e con cui si lavora quasi esclusivamente legno massello. Acquistato un tornio, iniziai a produrre oggetti semplici come ciotole, ciondoli, lampade. L’uso del tornio mi  ha fatto cambiare prospettiva sulla falegnameria, passando da un’ottica principalmente legata alla produzione di mobili, in cui il materiale si adatta alle necessità funzionali, ad una in cui il materiale è il medium intorno al quale elaborare gli oggetti. Uscito dall’istituto tecnico, accantonai temporaneamente le opportunità lavorative, per seguire un corso di studi che mi aiutasse ad acquisire le competenze progettuali che ancora mi mancavano. Decisi così di iscrivermi al corso di Design dell’Accademia di Brera. Durante il triennio a Brera ebbi modo di approfondire principalmente la storia dell’arte e del disegno industriale, accostandomi agli oggetti più celebri e ai contesti socio/industriali in cui erano stati elaborati. Purtroppo non vi fu mai occasione di analizzarli tangibilmente, nelle loro proporzioni e modalità realizzative. Parallelamente iniziai a dedicarmi alla segheria mobile, di cui parlerò più diffusamente tra poco.

Vittorio Acquati, Ciotola in noce nero locale, 2023 (photo credits Vittorio Acquati).

La tua figura si iscrive in quella generazione di artigiani 2.0 che, con la sua creatività e indipendenza, caratterizza il panorama attuale del design. Ma normalmente l’idea di artigianato contemporaneo viene associata all’utilizzo di computer, stampanti 3D e processi virtuali. Tu invece hai a che fare con una materia prima, il legno, di cui segui la filiera produttiva sin dall’inizio. Come nasce l’idea di impiantare una segheria mobile?

La differenza principale tra il legno massello e i materiali moderni è che, mentre molti di questi ultimi sono ingegnerizzabili e quindi adattabili al progetto e alle modalità realizzative prescelte (il che li rende adatti ad essere lavorati con macchinari moderni quali le stampanti 3D o i centri di lavoro), il primo presenta una serie di vincoli imprescindibili, sia nella progettazione che nella realizzazione. Per un designer che utilizza materiali moderni, la realizzazione dell’oggetto non è che la concretizzazione di un’idea, da trasporre il più fedelmente possibile. Per me, invece, la progettazione di un oggetto nasce dalle caratteristiche meccaniche, dimensionali ed estetiche, che un determinato tipo di legno offre. È in base a queste, combinate con le possibilità dei macchinari, che ipotizzo una forma. La segheria mobile è per me una macchina fondamentale. Essa mi permette di recuperare legname locale, o addirittura di specie commercialmente non reperibili, e di lavorarlo secondo le specifiche necessità di un progetto. Tutto ciò, sperimentando formati e tipologie di taglio che, per motivi di convenienza economica, chi produce tavolame commerciale non potrebbe proporre.

Due momenti di lavoro con la segheria mobile: tavolame di cipresso, cedro e douglasia, 2023; recupero e sezionamento di pianta di tasso proveniente da villa storica in Brianza, 2022 (photo credits Vittorio Acquati).

Osservandoti al lavoro mentre tagli le tavole dai tronchi recuperati, si percepisce come, nella tua ottica, questa fase non sia puramente preliminare, ma abbia già una dimensione qualitativa e progettuale molto chiara. Con quali criteri prepari la materia prima, sia per te sia in conto terzi?

Questa domanda mi fa molto piacere perché la relazione tra i formati commerciali in cui viene segato il legname e le possibilità progettuali che essi offrono al designer, è un aspetto completamente trascurato sia da chi si occupa di progettazione, sia da chi si occupa delle lavorazioni primarie. Il legno è un materiale che negli ultimi due secoli ha subito notevoli innovazioni, dall’invenzione dell’impiallacciatura allo sviluppo di pannelli derivati, quali ad esempio MDF, multistrato, OSB e truciolare. Ciononostante, sia tra i venditori che tra i progettisti, pochi sembrano rendersi conto del vincolo che lega tra di loro la specie legnosa, le tipologie di segato che se ne possono ricavare, e le produzioni in cui tale materiale può essere utilizzato. Guardando al panorama odierno, balza all’occhio come l’industria del legname d’opera sia passata dal produrre legname dimensional (una metodologia che consentiva di escludere i difetti naturali del legno e selezionare la disposizione delle fibre all’interno di un segato), al produrre semplici sezioni tangenziali di tronco, il cui unico pregio consiste nel presentare dimensioni generose e nel conservare quei difetti che, in una logica distorta, danno un sentore di naturalezza ed ecologia agli oggetti che se ne ricavano. Di fatto, questa tendenza cancella un bagaglio culturale millenario, maturato in epoche in cui l’uomo doveva avere grande dimestichezza col legno per poterlo lavorare nella maniera più intelligente, e solo la bravura dell’artigiano poteva sopperire alla scarsità dei macchinari. Un oggetto che rappresenta al meglio la filosofia tradizionale legata alla preparazione preliminare del materiale è la sedia. Tradizionalmente, infatti, gli elementi che componevano le sedie, ad esempio le Windsor Chairs di tradizione britannica, venivano ricavati direttamente dal tronco, spesso tramite spacco. Questa tecnica apparentemente rudimentale produceva in realtà elementi più robusti di quelli ricavabili da una tavola segata coi sistemi attuali, dal momento che gli elementi spaccati presentano una maggior continuità nella fibra, rispetto a quelli ricavati sezionando le fibre con la sega. Ciò premesso, le caratteristiche principali di cui tengo conto quando mi appresto a segare un tronco sono le seguenti: specie legnosa (nell’ottica della stabilità del segato), dimensioni del tronco ai fini del suo migliore sfruttamento, regolarità della fibratura, utilizzi classici previsti per quel particolare tipo di legno.

Vittorio Acquati, Svuotatasche in amaranto, afrormosia, ziricote e frassino finiti con tecnica “shou sugi ban”, 2023 (photo credits Vittorio Acquati).

Il legno è un materiale fondamentale, che accompagna tutta la storia dell’umanità. Qual è la dimensione artistica, estetica e tecnica che gli attribuisci e che te lo fa preferire a tutti gli altri? Ci sono essenze a te particolarmente care?

La ragione principale che mi fa preferire il legno ad altri materiali è che è l’unico realmente sostenibile, in quanto il fusto da cui si ricava il legname non è che il prodotto di risulta del ciclo vegetativo dell’albero. Ciò è tanto più vero quando si tratta di legname urbano, destinato altrimenti allo smaltimento, che recupero con il mio progetto di segheria mobile. Sul piano tecnico, il legno rappresenta un buon compromesso in termini di lavorabilità rispetto a materiali più duri, come i metalli o la pietra. Inoltre, esso risulta lavorabile in una forma finita senza ulteriori processi quali la cottura, come nel caso dell’argilla e del vetro. Inoltre, col legno è possibile realizzare una varietà di oggetti che pochi altri materiali consentono di produrre. Sotto il profilo artistico-estetico, il legno offre una quantità infinita di texturizzazioni e lavorazioni superficiali che, abbinate o utilizzate singolarmente, consentono di ottenere i più disparati effetti cromatici e tattili. Le essenze con cui preferisco lavorare sono generalmente quelle classiche europee, sia latifoglie che conifere, che, rispetto a molte specie esotiche, offrono una lavorabilità ottimale. La specie che forse mi è più cara è il cedro del libano, una delle piante più diffuse, nelle sue diverse varianti, come albero ornamentale in Lombardia. Esso è un esempio evidente del valore che gli alberi urbani possono avere nella produzione di legname da opera.

VIttorio Acquati, Piattini in afrormosia, amaranto e frassino finiti con tecnica “shou sugi ban”, 2023 (photo credits Vittorio Acquati).

Gli oggetti lignei di tua creazione si distinguono per un design pulito e incisivo, filtrato attraverso un’idea di classicità che, nel campo dell’industrial design, si forma attraverso esperienze diversificate nel tempo e nello spazio, passando per tradizioni culturali molteplici: da quella scandinava a quella statunitense a quella giapponese. Ci puoi descrivere la tua linea di prodotti più nel dettaglio, anche in relazione alle nicchie di mercato per cui li realizzi?

Gli oggetti che realizzo al tornio nascono, in fase ideativa, osservando la tipologia e la dimensione del materiale che ho a disposizione, nell’ottica di valorizzarlo al meglio, soprattutto quando si tratta di oggetti ricavabili da legno non stagionato, come ciotole o vasi. Le affinità dei miei lavori con le tradizioni stilistiche citate sono dovute al fatto che anch’io cerco un’essenzialità nell’oggetto e nelle parti che lo compongono, privilegiando forme semplici che possano essere progettate tenendo conto delle possibilità del materiale e dei macchinari, e realizzate esclusivamente con lavorazioni tradizionali. Anche per queste ragioni, i miei progetti non hanno uno specifico mercato di riferimento. Una parte rilevante del mio lavoro è legata a produzioni su commissione, per le quali fornisco la consulenza tecnica preliminare e mi occupo della realizzazione.

Vittorio Acquati, Svuotatasche rettangolare in noce nazionale fungato, 2022 (photo credits Vittorio Acquati).

In termini di invenzione, in che modo sviluppi i tuoi progetti? Metti a punto il prototipo lavorando direttamente la materia con le macchine utensili, oppure ti avvali anche di elaborati grafici, e in che misura?

Il processo d’invenzione parte molto spesso dal desiderio di sperimentare una tecnica per me nuova, per esempio la piegatura a vapore, il multiasse, il multilaminare. Una volta appurate le possibilità e i limiti di una certa tecnica, capisco quali forme se ne possono ricavare, e quindi per quali oggetti potrebbe risultare interessante. Durante il processo di sviluppo della forma utilizzo programmi grafici CAD per definire i dettagli della forma o verificarne possibili variazioni senza dover realizzare un prototipo, oltre che per creare dime e disegni esecutivi.

Vittorio Acquati, Due campioni di ciotole live edge prodotte in mimosa, gelso e radica di robinia, tornite fresche e modellate dalle naturali deformazioni del legno, 2021 (photo credits Vittorio Acquati).

Osservando i tuoi oggetti, viene da chiedersi quali personalità artistiche abbiano influito sul tuo approccio al design, in termini di ispirazione diretta o anche solo di semplice suggestione. Puoi parlarcene?

Attingo molto al mondo della tornitura internazionale, che è assai variegato, grazie alle diverse tecniche in cui si articola. Per quanto concerne invece la produzione di mobili e complementi che esulano dalla tornitura, seguo con interesse molti esponenti e scuole della moderna Fine Wood Working, una filosofia di progettazione e produzione che unisce la conoscenza del materiale e delle tecniche di lavorazione tradizionali ad un design pulito, che esalta la bellezza tecnica di elementi costruttivi come gli incastri e la scelta e l’accostamento delle varie specie legnose. Guardando alla storia del design, la vicenda che più mi colpisce è sicuramente quella di Michael Thonet. Ciò non tanto per l’originalità degli oggetti in quanto tali, ma per la capacità di sfruttare ed applicare correttamente le conoscenze allora disponibili in materia di piegatura a vapore, e in base a esse sviluppare una forma tanto iconica quanto congeniale alla produzione.

Vittorio Acquati, Centrotavola in cipresso dell’Arizona marezzato locale tornito fresco, 2022 (photo credits Vittorio Acquati).

Da parte tua non c’è, almeno in apparenza, uno specifico interesse per gli aspetti ornamentali, in quanto impreziosimento (a intaglio o a intarsio o con altre tecniche) da sovrapporre alla forma primaria dell’oggetto. Tuttavia le trame segniche, le simmetrie e la dialettica dei pieni e dei vuoti dimostrano che sei molto attento anche al decoro degli oggetti, alla loro capacità di dialogare degnamente col contesto circostante. Cosa puoi dire sul tuo rapporto con l’esperienza ornamentale?

Per quanto riguarda gli aspetti ornamentali, negli oggetti che realizzo lavoro principalmente su un arricchimento degli elementi della forma. Mi piace creare forme articolate, come ad esempio quelle ottenibili con le torniture multiasse, e alle tecniche di decorazione delle superfici preferisco la venatura naturale del materiale, tanto più se marcata.

Vittorio Acquati, Svuotatasche in cedro deodara locale, 2022 (photo credits Vittorio Acquati).

Ci sono delle modalità espressive (quanto a materiali, tecnologie, ingombri spaziali o altro) che hai finora tralasciato e che ti piacerebbe poter approfondire in futuro?

Al momento sono interessato a trovare nuove modalità per combinare le tecniche che finora ho sperimentato. Inoltre tra quelle che già utilizzo ve ne sono alcune che penso abbiano ancora molto da offrire ai miei progetti, come ad esempio la piegatura a vapore. D’altra parte, il confronto con altri professionisti del legno e del design mi offre sempre nuovi stimoli, che potrebbero avvicinarmi a modalità espressive non ancora esplorate.

Homepage: Vittorio Acquati, Fruttiera in paulonia, 2023 (photo credits Vittorio Acquati). 
Sotto: Vittorio Acquati, Portagioie in radica di robinia, con coperchio in wenge e pomello in bosso, mix di live edge e non con legno esotici e locali, 2020 (photo credits Vittorio Acquati).

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